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“Soliloquy” di ReeToxA

  • Immagine del redattore: Ester
    Ester
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

"Soliloquy" di ReeToxA non è un ascolto superficiale: è un'opera ambiziosa e carica di emozioni che richiede tempo, attenzione e la disponibilità a lasciarsi turbare. Concepito nel corso di decenni e finalmente realizzato durante l'isolamento dell'era COVID, il progetto porta con sé un peso immediatamente palpabile. Al centro c'è Jason McKee, il cui ruolo di autore, compositore e cantante ancora l'album a un terreno profondamente personale. Prodotto e masterizzato da Simon Moro, il disco risulta coeso nonostante le sue origini eterogenee, bilanciando un'intensità grezza con un'accurata architettura sonora. Ciò che emerge non è tanto una raccolta di canzoni quanto una dichiarazione artistica unitaria, plasmata da ossessione, interruzioni e, infine, liberazione.


Musicalmente, "Soliloquy" prospera grazie alla sua portata e alla collaborazione. Il contributo di musicisti esperti come Kit Riley al basso, Peter Marin alla batteria e James Ryan alla chitarra apporta un livello di precisione e profondità che eleva il materiale. L'aggiunta dei cori di Jessica McPherson-Riley e del pianoforte di Terry Hart arricchisce ulteriormente l'album, mentre l'inserimento di un'orchestra di Budapest in alcuni brani introduce una grandiosità cinematografica, quasi travolgente. C'è un deliberato senso di contrasto che pervade tutto l'album: momenti di quieta introspezione lasciano spazio a climax orchestrali di ampio respiro. Questa gamma dinamica mantiene l'ascoltatore coinvolto, sebbene a tratti la grandiosità degli arrangiamenti rischi di oscurare l'intimità che è al centro della scrittura.



Tematicamente, "Soliloquy" è all'altezza del suo titolo, funzionando come un lungo monologo interiore che ripercorre memoria, rimpianto, ambizione e identità. Il percorso di McKee – da cantautrice adolescente ispirata da William Shakespeare ad artista spinta al limite durante il lockdown – infonde all'album un senso di urgenza difficile da ignorare. Ci sono momenti in cui questa intensità rasenta l'eccesso, persino il caos, ma ciò sembra intrinseco al DNA del progetto piuttosto che un difetto. Questa non è musica pensata per un ascolto passivo; chiede all'ascoltatore di confrontarsi con il disagio, di riflettere e di impegnarsi. Sebbene la sua ambizione possa non essere condivisa da tutti, "Soliloquy" si impone come un'opera audace e senza compromessi, che privilegia la visione artistica rispetto all'accessibilità e, così facendo, lascia un'impressione duratura.

 
 
 

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