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“Patterns” di Cries of Redemption

  • Immagine del redattore: Ester
    Ester
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 11 ore fa


“Patterns” dei Cries of Redemption è meno un album tradizionale e più un documento eclettico e senza tempo di perseveranza artistica. Composto da musica realizzata tra il 2013 e il 2018 e testi scritti anni dopo, il disco dà la sensazione di due epoche che si scontrano in tempo reale. Questa dualità conferisce a “Patterns” una particolare trama emotiva: sonoramente radicato nelle tradizioni dell'hard rock e del nu-metal più pesanti e abrasivi, ma liricamente in sintonia con le ansie moderne. Al suo centro, l'album affronta il tema dell'isolamento in un mondo iperconnesso, in particolare l'inquietante ascesa della compagnia artificiale. Piuttosto che presentare una narrazione lineare, si dispiega come una serie di istantanee, ognuna delle quali riflette una diversa sfaccettatura dello stesso tema: disconnessione, sopravvivenza e la ricerca di qualcosa di reale al di sotto del rumore digitale.


Un elemento distintivo è l'inaspettata presenza di Chiara A, il cui background nel doppiaggio e nella creazione di jingle contrasta nettamente con la tavolozza sonora aggressiva dell'album. Questo è particolarmente evidente in "Impulse", dove le sue urla grezze e istintive – inizialmente registrate come segnaposto – diventano il fulcro emotivo del brano. C'è una sorprendente innocenza nella sua interpretazione che contrasta con la densità della strumentazione, creando momenti che risultano allo stesso tempo inquietanti e stranamente umani. In altri brani, come "(deSydTegration)", il disagio è intenzionale, riecheggiando il crollo psicologico associato a Syd Barrett e spingendo gli ascoltatori in un territorio inquietante. Persino le imperfezioni tecniche, come il difetto di mastering riscontrato nella sesta traccia, contribuiscono all'identità grezza e senza filtri dell'album, anziché sminuirla.



Ciò che rende "Patterns" davvero avvincente è il suo rifiuto di conformarsi – ai cicli dell'industria musicale, alle aspettative degli algoritmi o persino ai confini del proprio genere. Il fondatore Ed Silva affronta il progetto come un archivio a lungo termine piuttosto che come un prodotto, utilizzando strumenti moderni per dare finalmente forma a idee che covava da oltre un decennio. Il risultato è un album che trasmette un senso di vissuto, quasi ostinatamente, abbracciando le sue asperità come parte integrante della sua autenticità. Dalle sue radici di registrazione globali alle collaborazioni guidate dalla comunità, "Patterns" porta con sé un senso di storia collettiva pur rimanendo profondamente personale. Non è sempre facile da ascoltare, né è pensato per esserlo. Piuttosto, si erge come una dichiarazione di sfida per coloro che sono disposti a confrontarsi con la sua complessità: un disco fatto non per un consumo passivo, ma per creare una connessione tra coloro che si sentono, in un modo o nell'altro, degli estranei che osservano dall'esterno.

 
 
 

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